UN INTROVERSO ALLA FIAT. QUANDO LA VITA PERDE IL SUO SENSO

A proposito del ‘Suicidio di un operaio introverso’, Vanna Lorenzoni («manifesto» del 23 giugno) sostiene che non c’è «un nesso diretto tra la sua morte e le condizioni di lavoro», ma che «il clima di pressioni e di ricatti non è certo favorevole a risolvere conflitti personali». Detto così si potrebbe obiettare che non si vede come né perché le condizioni di lavoro – e i responsabili che le determinano – debbano risolvere i conflitti personali di un lavoratore ipersensibile quando le altre migliaia di lavoratori suoi colleghi, nelle stesse condizioni di lavoro, continuano a vivere e a lavorare. Una questione individuale che anni di ristrutturazione e ‘nuovo’ corso industriale ci insegnano non essere pertinente l’ambito della fabbrica.

Ma il resto dell’articolo ci parla della frustrazione, dell’esasperazione vissuti da Costantino Cuneo, alle quali decide di porre fine con la morte, proprio a seguito delle condizioni di lavoro.

In fabbrica si trascorrono tre quarti del tempo di vita di ciascuno, in fabbrica si produce lavoro, ricchezza. La fabbrica dovrebbe perciò essere un luogo di realizzazione di sé con gli altri, luogo di acquisizione di un mestiere, di professionalità, luogo di conquista della coscienza di sé e di quel protagonismo attraverso il quale decidere come, cosa e quanto produrre; a costo di un conflitto irreversibile ma irrinunciabile, riappropriarsi del proprio lavoro e della propria identità.

E sentirsi vivi.

Ma quando la fabbrica diventa assenza di tutto questo, per chi ci lavora diventa perdita di senso, di mestiere, di energie, di identità – a costo del massimo profitto, cioè a costo di alienarsi fino a togliersi materialmente una vita oramai già espropriata da intollerabili condizioni di lavoro.

Quest’uomo che muore tra mille altri che resistono è la punta d’iceberg della condizione di tutti: nonostante la sua sia una tragica soluzione individuale, ci costringe a capire che non era lui, troppo fragile, a doversi adeguare, sono le condizioni, inumane, che devono cambiare.

Proprio perché l’umanità, la storia – benché oggi non sembri – sono anche Costantino Cuneo, e perderlo è una sconfitta per tutti.

Anna Maria Bruni

(«il manifesto» – 27.6.89)

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