SACCO E VANZETTI FANNO PAURA?

Quando chiunque muore ingiustamente, sempre si colpisce con chi muore un’idea, un progetto e insieme, quindi, altri ‘chiunque’. Per questo chi muore diventa un simbolo per quest’idea e quindi un simbolo da abbattere per chi ha deciso della loro vita/morte. Chi ha coscienza di questo non ha bisogno di mitizzare, ma neppure dimentica che chi lotta e muore per un’idea non è un puro e semplice individuo: ne rappresenta tanti legati a quella stessa idea.

Separare l’uomo e il simbolo, (come appare dall’articolo di Gianni Riotta di domenica 23 su questo stesso giornale), considerando l’uno oppure l’altro a seconda se si tratti di discutere di colpevolezza o innocenza, oppure se si tratti di ricordare le sue idee, mi sembra un’operazione, deliberata o no, piuttosto artificiosa. Perché l’immagine conseguente è quella di un ambito che, al di là dei sentimenti che può provocare un uomo che si dichiara innocente e che viene condannato come colpevole, giudica con doverosa oggettività i fatti. Ma questa immagine è fuori della storia e la vicenda di Sacco e Vanzetti ne è un esempio. Ancora si disquisisce della loro reità, eppure sono stati condannati e uccisi.

Questo atto, tanto tragicamente definitivo quanto spaventosamente arbitrario, è decisivo della consapevolezza che la verità dei fatti non può risiedere nelle mani di un potere che si arroga il diritto di vita e di morte, peraltro facendone un uso così disinvoltamente schierato.

Sacco e Vanzetti erano colpevoli di essere anarchici, e sono stati condannati su prove insufficienti; ma a 59 anni dalla loro morte sembra acquistare maggiore rilevanza sapere se il terzo proiettile appartenesse o meno a un’arma di Sacco, che non che siano morti ingiustamente, perché questo è già un giudizio che scaturisce da un’idea precisa e come tale fuorviante dell’ ‘oggettività dei meri fatti’.

Nell’opinione di ingiustizia c’è il simbolo, nell’oggettività dei fatti l’uomo. Se le coscienze oggi dormono tranquille sostenendo di lavorare ancora per arrivare alla ‘verità dei fatti’ è forse proprio perché ad esorcizzare i simboli uccidendo gli uomini ci si libera della paura degli spettri. E una volta passata la paura – che come si sa trasforma le ombre in mostri – non è più il caso di rievocarla attraverso i ‘mostri’, ma si può con più tranquillità parlare delle ombre.

Anna Maria Bruni

(«il manifesto» – 23.3.86)

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