Perché si muore di lavoro

E’ il 17 novembre del 2008  quando il Gup accoglie la richiesta del Pm Raffaele Guariniello, che in soli tre mesi ha svolto le indagini sulla tragedia della Thyssen Krupp di Torino, di “omicidio volontario con dolo eventuale” 1. I vertici dell’azienda sono accusati non solo del mancato adeguamento dei sistemi  di sicurezza, ma della consapevolezza del rischio di incidente in mancanza di dispositivi a norma. Per la prima volta in Italia ci sarà un processo per omicidio volontario legato alle morti sul lavoro. E’ un risultato storico, che avviene nel deserto di un’azione congiunta delle istituzioni. Infatti, quante morti sono dimenticate o lottano per uscire dal silenzio e dalla solitudine, quando non dall’omertà che le circonda?

 

I numeri

Sono tante, perché vanno considerati anche i tanti morti per malattia professionale. Caso Eternit: 2.056 morti e 830 i malati colpiti dall’amianto censiti durante la maxi inchiesta curata dallo stesso pm Guariniello, che “ha chiesto il rinvio a giudizio per disastro doloso e omissione volontaria di misure antinfortunistiche”, come riporta Manuela Cartosio sul “manifesto” del 17 ottobre 2008 2. Qui la magistratura arriva a seguito di un comitato di lotta costituitosi dagli inizi degli anni ’80, che ha cementato lavoratori e cittadini di Casale Monferrato, uniti dalla condivisione delle conseguenze provocate dall’amianto in fabbrica e nel territorio.

 

Poi vanno aggiunti gli infortuni. Che secondo l’Inail sono 912.615 nel 2007.1.170 quelli mortali 3. Ma è l’Inail stessa ha dichiarare che moltissimi infortuni non vengono denunciati all’istituto assicurativo: i lavoratori precari o i migranti, entrambi sottoposti al ricatto della necessità di non perdere il posto di lavoro (secondo una ricerca Ires, l’Istituto di ricerca della Cgil, i lavoratori migranti in edilizia sono 239.950, il 12,6% del totale nel 2006, e secondo i dati Fillea nel 2007 si sono registrati 39 morti fra gli immigranti su 235 complessive, il 16%) 4. O le mancate denunce da parte delle stesse ditte, che preferiscono tenere a casa un dipendente pagandolo pur di evitare di far scattare l’aumento del contributo Inail e rendere la ditta più esposta ad un eventuale controllo 5. Rino Pavanello, Segretario nazionale dell’Associazione Ambiente e Lavoro, nello stesso contenitore denuncia l’esiguo numero di Asl preposte al controllo su tutto il territorio a fronte del numero di aziende: 853 Medici del lavoro (1 ogni 7.000 aziende circa), 266 tecnici laureati (ing., chimici, biologi, ecc. 1 ogni 22.000 aziende circa) 2.150 tecnici delle prevenzione (non laureati, 1 ogni 2.790 aziende circa). Mentre Marco Bucciantini e Roberto Rossi, in un’inchiesta sulle morti per lavoro su «l’Unità» del 26 ottobre 2008, citano i dati Unioncamere secondo i quali gli Ispettori del lavoro sarebbero 6.500 per oltre 6 milioni di aziende. Conclusione: la cometa di Halley passa più spesso.

 

E tutti si ricordano il caso di quell’indiano abbandonato morente in un campo proprio dal datore di lavoro 6, per evitare la denuncia. Una delle tante morti che non avrebbe avuto nemmeno posto nelle statistiche se non fosse stata scoperta da un passante. E’ la stessa Commissione parlamentare di inchiesta sugli infortuni sul lavoro a rilevarlo, individuando nel fenomeno del caporalato, in espansione, proprio quell’anello di congiunzione che di fronte alla giustizia improvvisamente sparisce. “Alcuni “caporali” – si legge nel rapporto finale 2006 – non solo reclutano manodopera, ma fungono anche da intermediari nell’erogazione del salario. Si registra persino il disumano fenomeno dell’abbandono dell’infortunato grave che operava senza essere iscritto al libro paga” 7. Il rapporto della Commissione rileva poi come il rischio di infortuni nelle piccole imprese sia più alto. E’ lì che si concentrano gli infortuni nei primi giorni di lavoro, lì dove si concentra l’assenza di formazione.

 

 

 

Le cause

Leggendo i dati Inail sugli infortuni mortali suddivisi per attività economica e per anzianità in azienda, colpisce come il numero dei morti nel primo giorno di lavoro sia uguale a quello dei morti nei primi 6 mesi, che tocca l’apice nel settore delle costruzioni, – quello che vede il maggior numero di morti complessivi – dove si rilevano 52 morti nel primo giorno di lavoro, dato che si ripete nel periodo che va da 6 mesi a un anno 8.

 

L’inchiesta che Marco Rovelli ha tradotto nel libro “Lavorare uccide” 9 rileva la costante della mancanza di formazione, che si traduce in più casi nell’infortunio mortale proprio durante il primo giorno di lavoro, o a neanche un mese dall’assunzione. E’ il caso di Pasquale Costanzo, 23 anni, morto il 31 gennaio 2000, durante il primo giorno di lavoro a ciclo continuo mentre scavava la galleria di Vaglia, Tav Firenze-Bologna. Le lotte successive hanno ottenuto l’abolizione di quella pratica massacrante che è il ciclo continuo. O di Matteo Valenti, 23 anni, assunto il 10 ottobre e morto l’8 novembre 2004 alla Mobiliol di Viareggio, nell’incendio provocato dall’uso di solventi ai quali era stato messo a lavorare senza alcuna formazione. La madre, la famiglia, gli amici, i cittadini che credono nell’impegno civile si sono battuti per Matteo, costituendo un comitato permanente contro gli omicidi bianchi. Dunque, carico di lavoro eccessivo, assenza di controlli, assenza di formazione. E a monte la catena infinta di appalti e subappalti, causa prima di questa deregulation nell’organizzazione del lavoro. Lo rileva il sociologo Luciano Gallino su «La Repubblica» del 27 novembre 2006: “La frammentazione pianificata dei processi produttivi in imprese e squadre di lavoro sempre più piccole, collegate da lunghe catene di esternalizzazioni a cascata e subappalti, disincentiva la formazione alla sicurezza. E in molti casi la rende tecnicamente inattuabile” 10. E’ il caso di Joubert Thomson, precipitato da un ponteggio nel Polo nautico di Viareggio, una catena infinita di appalti: 223 dipendenti diretti contro i 1.477 delle 251 ditte appaltatrici 11.

 

E va da sé che in queste ditte i lavoratori più adattabili sono gli interinali. Secondo un’indagine realizzata da Ispesl e Cgil, il 73% di questi dice di non essere mai stato informato sui rischi connessi al lavoro affidatogli, e il 60% non sa neppure se nell’azienda esista il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza 12. Era un’interinale di 21 anni Jasmine Marchese, morta il 17 settembre 2007, schiacciata sotto una pressa di 10 quintali urtata dalle pale di un muletto in movimento perché non fissata a terra, alla 3B di Salgaredo, Treviso, dove fra interinali e “soci” di cooperative sono almeno il 30%, dice Rovelli. I lavoratori erano in tanti al suo funerale, ma poi sono tornati al lavoro, e dicono che “la pressa non è stata ancora fissata a terra”. Mancanza di informazione sul proprio lavoro, assenza di sicurezza, assenza di manutenzione. E’ il caso di Andrea Gagliardoni, 23 anni, morto all’Asoplast di Orezzano, Ascoli Piceno, schiacciato da una macchina difettosa accompagnata da una certficazione falsa, e privata del sistema di sicurezza per farla andare più veloce. Omicidio colposo. Per Andrea ha combattuto la madre, i suoi colleghi hanno paura di testimoniare. E’ il ricatto del posto di lavoro.

 

Ed era una ditta d’appalto la Manili spa che di sabato, il 26 novembre 2006 stava saldando le passerelle sui serbatoi dell’Umbria Olii senza che, per velocizzare il lavoro, fossero stati svuotati dei gas, quando si è verificata l’esplosione che ha provocato 4 morti e danni ambientali per infiltrazione nel terreno fino all’acqua del Clitunno, a Campello, provincia di Perugia. Ma qui il processo non è ancora partito, nonostante le evidenze. Qui l’ad dell’Umbria Olii Giorgio Del Papa ha fatto causa ai periti del Pm, e ha chiesto lui il risarcimento alle famiglie delle vittime. I “suoi” operai hanno bisogno di continuare a lavorare, devono mandare avanti l’azienda. Quando la Cgil è andata in fabbrica a dire che si doveva ripartire solo dopo la messa in sicurezza, i lavoratori hanno risposto che volevano ripartire comunque. Eppure l’Umbria Olii è un concentrato di cause di rischio: nessuna formazione, nessuna misura di sicurezza, nessun controllo, straordinari, fretta, nocività. E omertà. Un’azienda che risponde perfettamente alla domanda del nostro titolo; ma questo non sembra essere sufficiente perché i lavoratori reagiscano; le battaglie, anche qui, sono dei familiari e degli abitanti, per la tutela del territorio.

 

La memoria

Eppure il risanamento e la tutela dell’ambiente “possono trovare una positiva e radicale soluzione solo con interventi e lotte che vadano alla radice del problema, la fabbrica: vadano cioè alla profonda trasformazione dei suoi cicli produttivi, attraverso lo sviluppo di ricerche, progettazioni e sperimentazioni a ciò finalizzate”. Lo scriveva Luigi Mara, lavoratore delegato del Cdf della Montedison di Castellanza, intervenendo su un numero della rivista sindacale “Azimut” dedicato alla memoria di Giulio Maccacaro. Medico epidemiologo, Maccacaro fondò alla fine degli anni ’60 il Centro ricerche per la salute e poi Medicina democratica, e accompagnò e diffuse le conoscenze mediche rivolte all’indagine dei rischi della salute e della sicurezza nei posti di lavoro attraverso la rivista «Sapere», dove riuscì a coagulare interventi di medici, scienziati, sindacalisti e lavoratori impegnati nella diffusione tra tutti i lavoratori della conoscenza del processo produttivo del quale erano parte, perché fossero consapevoli dei rischi connessi e potessero battersi per la qualità del lavoro.

 

E proprio il gruppo Pia (Prevenzione igiene ambientale) del Cdf di Castellanza praticò questa esperienza, traducendola in lotte che arrivarono a mettere in discussione il processo produttivo con controproposte di altissimo livello. Ma per arrivare a questo la strada era stata lunga, cominciata negli anni ’60 con una fortissima collaborazione tra medici di fabbrica e sindacalisti. E’ di quegli anni il documento «L’ambiente di lavoro» elaborato da Ivar Oddone, medico di fabbrica alla quinta Lega Mirafiori, insieme a Fiom, Fim Uilm 13. Il principio su cui si basa è la “non delega”  perché solo attraverso l’acquisizione chiara del lavoratore di tutto ciò che concorre al processo di produzione e all’organizzazione del proprio lavoro, è possibile attivare la consapevolezza di tutti quegli elementi di rischio che da soli o incrociati con altri elementi provocano gli infortuni, o sono l’inizio delle malattie professionali; e solo con “l’osservazione spontanea” ma attiva del lavoratore, ogni giorno a contatto con strumenti, macchinari, materiali che fanno parte del ciclo produttivo è possibile comprendere i problemi e intervenire.

 

Ed il principio del protagonismo sta anche nel linguaggio. “Noi preferiamo – si legge nel documento – alla definizione di “valori limite di concentrazione”, quella di M.A.C, o “massimo accettabile di concentrazione” in quanto questo termine indica una partecipazione di chi subisce gli effetti nocivi e cioè del gruppo operaio interessato”. E la pratica della conoscenza e della trasformazione ha come obiettivo il “Mac zero”, cioè nessuna nocività. Ovvero trasformazione del processo produttivo attraverso il parametro “uomo”, dimostrando come la nocività in  fabbrica e l’infortunio mortale non siano due questioni distinte. E purtroppo anche la vicenda di Antonino Mingolla, morto all’Ilva di Taranto il 18 aprile 2006, cui dà voce la moglie Francesca Caliolo 14, lo ha dimostrato. Mentre quel momento di riappropriazione della propria vita da protagonisti indica ancora quale sia la molla dell’azione.

 

Oggi

L’inchiesta che la Fiom ha svolto nel corso del 2007 ha ridato voce ai lavoratori 15. Nella sezione dedicata all’ambiente fisico e alla sicurezza e poi alle condizioni di salute il 40% dei lavoratori indica la propria salute compromessa per le condizioni di lavoro e il 75% degli operai e il 50% degli impiegati imputano la ragione all’organizzazione del lavoro. Il segretario nazionale Fiom Giorgio Cremaschi, responsabile salute e sicurezza, nel corso dell’assemblea nazionale dei Rls svoltasi a Torino l’8 aprile 2008, traduce questi dati in indicazioni precise, come l’applicazione del Testo unico (d.lgs.81/08) per quel che riguarda l’estensione della valutazione dei rischi a tutte le nocività, il diritto di allontanarsi dalla postazione di lavoro se in presenza di rischi senza conseguenze sanzionatorie, una piattaforma sulla sicurezza in tutte le vertenze aziendali aperte, l’applicazione della trasparenza negli appalti, limiti contrattuali sullo straordinario, bilancio salute-sicurezza in tutti i siti, esclusione di qualsiasi tentativo di monetizzare la salute e i rischi. Inoltre tutela delle iniziative degli Rls, azione legale e costituzione di parte civile, lavoro di formazione che accompagni quella istituzionale, attivazione di sportelli di consulenza, avvio di una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica 16.

 

Da parte della Magistratura invece è il pm Raffaele Guariniello che, rilevando la diversità con cui casi simili vengono trattati, solleva la necessità di un fronte d’intervento che li accomuni sul piano giudiziario. Sua è la proposta di una Procura nazionale sulla sicurezza sul lavoro. I mass media, scossi dall’appello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano perché le morti sul lavoro siano considerate un’urgenza sociale, accanto alla battaglia che il quotidiano «Liberazione» ha condotto portando in prima pagina il tema, ancora possono fare molto, evitando di considerare notizia solo la tragedia avvenuta, ma tornando a seguire e a cucire insieme i fatti e l’impegno sul fronte sindacale, giudiziario, civile, perché l’ “atto manifesto” non sia più la notizia di una morte sul lavoro, bensì il fronte comune che una società civile vuole ricostruire, perché la lotta per la salute e la sicurezza e un ambiente sano costituiscano il momento centrale di una positiva trasformazione della società che rimetta al centro l’uomo e il suo lavoro come elemento di emancipazione.

 

 

 

1 La notizia è riportata da tutta la stampa del 18 novembre 2008, la citazione è dal «Sole 24 ore»

2 Manuela Cartosio, L’astuta offerta del magnate svizzero, «il manifesto», 17 ottobre 2008

3 cfr. il Rapporto annuale del 2007 reperibile sul sito web http://www.inail.it

4 I lavoratori stranieri nel settore edile – una ricerca Ires-Fillea-Cgil scaricabile all’indirizzo web http://www.ires.it/node/587

5 Lo denuncia Federico, impiegato amministrativo, sul blog di Gad Lerner nel corso della trasmissione dell’8 dicembre 2008, in memoria dei morti della Thyssen Krupp. Cfr. http://www.galerner.it

6 La vicenda è ricostruita sul sito web  di Articolo 3 all’indirizzo: http://osservatorioarticolo3.blogspot.com/2008/07/vijay-kumar-il-mio-prossimo-ha-un-nome.html

7 Il rapporto è reperibile sul sito web del Senato all’indirizzo http://www.senato.it/commissioni/128109/136186/genpaginalista.htm

8 Ispesl/Inail, Indagine integrata per l’approfondimento dei casi di infortunio mortale, maggio 2006 scaricabile dal sito web http://www.inail.it

9 Marco Rovelli, Lavorare uccide, ed. BUR, aprile 2008. Salvo note specifiche, i casi citati sono tratti da questa inchiesta.

10 Luciano Gallino, Lo scandalo del lavoro che uccide, «La Repubblica», 27 novembre 2006

11 Dato dell’Ufficio provinciale del Lavoro dopo un’ispezione del 2003, anno della morte di Thomson, pubblicato nell’inchiesta di Rovelli, cit.

12 La ricerca è scaricabile dal sito web della Camera del lavoro di Roma centro all’indirizzo http://www.lazio.cgil.it/romacentro/old/salute_sicurezza_frame.htm

13 Il documento è reperibile sul sito web di Articolo 21 www.articolo21.info nella sezione dedicata alla sicurezza sul lavoro

14 Francesca Caliolo, Vivere e Morire all’Ilva di Taranto, «il manifesto», 30 dicembre 2008

15 La voce di 100.000 lavoratrici e lavoratori, Meta Edizioni, febbraio 2008

16 La relazione di Giorgio Cremaschi è reperibile sul sito web della Fiom, www.fiom.cgil.it, nella sezione salute e sicurezza.

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