LIBERTA’ O NECESSITA’

LIBERTA’ O NECESSITA’.

Perché non si può mettere in discussione la proprietà privata? Una risposta a Giorgio Cremaschi

 

Anna Maria Bruni (Liberazione, 22 agosto 2005)

 

Ho letto il bell’articolo di Giorgio Cremaschi pubblicato venerdì scorso da questo giornale, e vorrei aggiungere, o meglio precisare un punto che forse Giorgio dà semplicemente per scontato nell’elenco delle cose da combattere, ma che a me invece preme di sottolineare: la proprietà privata.

Il capitale è il prodotto dell’attività comune di molti membri della società,  e ciononostante ancora oggi è determinato dal fatto che il lavoro vivo viene privatizzato per poter essere accumulato, dando luogo al principio di scarsità e quindi alla concorrenza. Ma se il denaro appartiene a chi compra i mezzi di produzione, il lavoro, che produce valore, ricchezza, appartiene a chi produce, dunque il risultato dovrebbe appartenere ad entrambi. A chi ha messo i soldi e a chi ha prodotto. Eppure non è così, perché evidentemente si dà credito solo al denaro, e non al lavoro, per quanto sia esso la condizione di produzione di ricchezza. E dando credito solo al denaro, si dà per scontata la proprietà. Essa non è mai in discussione.  Eppure è il presupposto dell’accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi, ovvero la condizione essenziale di questo sistema e perciò del suo cambiamento. Dunque mi preme di sottolinearlo perché non è un punto fra gli altri nell’elenco delle questioni da ridiscutere, ma è la condizione della loro esistenza, ovvero ‘l’accumulazione, l’organizzazione del lavoro’ sono la conseguenza di questo presupposto. Eppure non se ne fa mai cenno. Mi domando allora se siamo noi i primi a dare valore al denaro e non al lavoro, se siamo noi i primi ad accettare che chi possiede denaro sia anche il proprietario dei beni prodotti e quindi ne possa disporre rigenerando questo sistema iniquo.

Sembriamo noi i primi ad invocare questa modalità come unica possibilità di riprodurre lavoro, persino di fronte a un capitale impossibilitato ormai a riprodurre ricchezza anche al suo prezzo. La accettiamo, la diamo per scontata e la invochiamo. Anzi, siamo proprio incazzati. E’ vero allora che più siamo ridotti alla miseria e meno siamo in grado di pensare alternative.

Sappiamo che la produzione di surplus crea la possibilità dello sviluppo della libertà dalla necessità: “Il regno vero della libertà, lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, inizia al di là di esso e tuttavia può fiorire soltanto sulle basi del regno della necessità” (K. Marx, Il Capitale). Ma in una società dove il surplus è proprietà privata si creano nuove necessità, non libertà. E direi che sembriamo aver bisogno disperatamente di nuove necessità, perché la libertà ci appare come un baratro.

Forse per questo preferiamo accettare questa legge, benché sia quella del capitale, per quanto anche la materia legislativa possa essere usata per trasformare le cose.

Persino la nostra Costituzione, che pure in principio non contesta la proprietà privata, sostiene, nei casi previsti dalla legge, la possibilità che essa sia espropriata ‘per motivi di interesse generale’ (art. 42), così come la possibilità, sempre mediante esproprio, di trasferire anche a ‘comunità di lavoratori’ ‘imprese o categorie di imprese’ ‘che abbiano carattere di preminente interesse generale’ (art. 43). Evidentemente la stessa Costituzione introduce l’idea che l’interesse generale debba essere preponderante rispetto alla proprietà, che deve comunque avere i limiti della ‘funzione sociale’.

Siamo a un bivio, come qualcuno mi ha detto prima di partire per le vacanze: la libertà, o la necessità.

Sicuramente i Puffi devono aver considerato il prodotto del loro lavoro un bene della comunità e non del banchiere. Sarebbe ora che cominciassimo a farlo anche noi. E per il piacere di farlo.

 

(Liberazione, 22 agosto 2005)

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