DIECI ANNI DAL CONGRESSO DELL’EUR

DIECI ANNI DAL CONGRESSO DELL’EUR

Dai sacrifici alla crisi di rappresentatività:

 viaggio critico nella politica sindacale

 

La conquista della libertà sindacale, sancita dall’articolo 39 della Costituzione, ha aperto all’azione collettiva spazi di democrazia reale che solo attraverso il sindacalismo di fatto realizza la sua rappresentatività. In questo quadro la democrazia consiliare ha espresso, come passaggio obbligato del conflitto di classe, la dialettica tra le parti. Ma questo nodo tanto scottante era davvero un obiettivo del sindacato?

 

A dieci anni dal Congresso dell’Eur, è interessante ripercorrere le tappe attraverso le quali si è concretizzata quella linea politica. Negli anni dell’Unità nazionale il sindacato, approdando a un’analisi della situazione economica vista in termini di emergenza, si è posto come obiettivo centrale l’elaborazione di una linea politica interna alle compatibilità del sistema economico. L’interesse dell’impresa è diventato così l’interesse generale, e il sindacato ha fatto propria la necessità di una ripresa del meccanismo di accumulazione come mezzo per recuperare le risorse.

«Io sono convinto che il capitalismo sia in fase declinante. Ma ciò non significa affatto che nel periodo medio non possa ancora sostenere intense fasi di sviluppo. L’Italia ha avuto un’intensa fase di sviluppo per tutto il periodo 1950-1963. A mio avviso può averne un’altra.»1.. Così Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil, annuncia in un’intervista la svolta, ratificata con il Congresso dell’Eur del 13 e 14 febbraio 1978.

 

 

L’Accordo Confindustria-sindacati

Già l’anno prima, nel gennaio ’77, era stato siglato l’Accordo Confindustria-sindacati, che sanciva il massimo utilizzo degli impianti introducendo norme che miravano alla massima flessibilità della manodopera, sostenute da nuovi criteri di controllo dell’ ‘assenteismo’, l’abolizione di sette festività, il congelamento della contingenza sulle liquidazioni.

«La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta (…). Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita dalle loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti.». E’ ancora Lama ad esplicitare i nodi politici della nuova fase. «Ci siamo resi conto – continua – che un sistema economico non sopporta variabili indipendenti…» e che «le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare (…) il problema si risolve soltanto con una ripresa dello sviluppo (…) cioè dell’accumulazione del capitale indirizzata al fine di far accrescere il più possibile l’occupazione, – pertanto – se vogliamo essere coerenti con l’obiettivo di far diminuire l’occupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea» insomma «si deve rinunciare al proprio particulare in vista di obiettivi nobili.» 2..

La Linea dell’Eur stabiliva così che, in una fase di recessione, le garanzie individuali e la tutela collettiva espressa dal sindacato entrano in conflitto. I diritti del lavoratore (e la sua autonomia collettiva) subiranno pertanto restrizioni e modifiche di fronte alla complessità dei temi generali così come il sindacato ha inteso affrontarli. Scelta che comporterà l’affermazione incondizionata di valori quali l’efficienza, la produttività, il tecnicismo disumanizzato e quindi la mortificazione dei valori propri della libertà e della dignità dell’uomo.

 

Il caso Alfa

La vicenda dell’Alfa è, in questo senso, emblematica. Esplode nell’estate del 1982 in seguito al ricorso alla magistratura intentato autonomamente dai lavoratori posti in cassa integrazione in modo discriminatorio con l’accordo del 9 marzo tra azienda e sindacato, e vede una crescente divaricazione tra le posizioni dei lavoratori e quelle di parte sindacale, ad eccezione della Fim-Cisl milanese. Lo stesso comitato autonomo dei cassintegrati nasce solo dopo molteplici ma vani tentativi di affrontare le vertenze insieme al sindacato; un atto di autonomia collettiva che avrebbe restituito i reali connotati alla lotta, piuttosto che condurla esclusivamente, nello sfilacciarsi della situazione, a colpi di decreti pretorili.

Ma il sindacato se ne sottrae e, di fronte alle sentenze che impongono il reintegro dei lavoratori, pur riconoscendo la discriminazione operata dalla direzione aziendale nei confronti di anziani, handicappati, ‘assenteisti’, donne, lavoratori politicamente attivi, dà vita ad una vivace polemica con i magistrati. Pietro Merli Brandini, segretario confederale della Cisl, a proposito della sentenza, osserva che: «E’ una decisione preistorica. Essa ignora che da almeno due secoli l’industrializzazione è sinonimo di contrattazione collettiva e sindacato rappresentativo» («La Repubblica», 19.8.82). Enzo Mattina, segretario confederale della Uil, sostiene: «che le imprese tendano a sospendere i lavoratori meno produttivi appare eticamente non condivisibile quando gli stessi risultino affetti da infermità provate, casomai contratte sul lavoro; nondimeno, ragionando senza schemi preordinati, sembra abbastanza ovvio che, puntando ad un rilancio produttivo, obiettivo da perseguire con fermezza dallo stesso sindacato, l’impresa preferisca utilizzare la forza lavoro in piena efficienza fisica». («La Repubblica», 19.8.82). Ed inoltre avanza la tesi che le sentenze, mettendo in discussione l’accordo siglato, indeboliscono il sindacato e la sua rappresentatività 3.. Tesi ripresa da Cgil, Cisl, Uil e dalla Fim lombarda 4.

I magistrati sostengono invece che già esistono norme che conferiscono al sindacato potere di intervento nei processi di ristrutturazione, senza però che questo comporti, in sede di contrattazione collettiva, la rinuncia ai diritti soggettivi dei lavoratori, né l’impedimento a questi di rivolgersi ai giudici. Il sindacato può contrattare con l’azienda per limitarne gli ampi margini di discrezionalità, senza alcuna delega individuale5.. Il rischio che si profila nei fatti non è dunque la restrizione dell’autonomia sindacale, ma quella dell’autonomia individuale. In questo senso, anche la vicenda dei 61 lavoratori licenziati alla Fiat il 10 ottobre 1979 è altrettanto significativa. Subito dopo i licenziamenti, la Fiat blocca le assunzioni; Agnelli e Annibaldi esplicitano chiaramente i loro intenti dicendo che ciò che vogliono colpire sono la conflittualità e l’ingovernabilità diffuse in fabbrica. Lama risponde: «Noi vogliamo difendere solo gli innocenti; e vogliamo conoscere la verità sui motivi dei licenziamenti per non essere coinvolti nella difesa di eventuali colpevoli». («La Repubblica», 11.10.79).

Alle sentenze che impongono il reintegro la Fiat oppone un secco rifiuto, rilanciando l’equazione ‘terrorismo uguale violenza in fabbrica uguale forme di lotta’; le avanguardie che più hanno dato fastidio all’azienda, con le lotte alla verniciatura, vanno messe fuori e questa è anche una buona occasione per mettere in imbarazzo il sindacato, chiamando in causa i vertici confederali e la loro credibilità democratica.

 

La riforma dei Consigli

Tracciati con L’Eur gli angusti confini entro i quali dovranno muoversi i lavoratori negli anni seguenti, il sindacato ha bisogno di riorganizzare le sue strutture e su questo tema, sempre nel 1979, organizza il convegno di Montesilvano. Si sostituiscono i delegati di gruppo omogeneo, che tanta parte avevano avuto nello sviluppo del movimento negli anni precedenti, con i delegati di area, per meglio rappresentare  la nuova realtà di fabbrica: tecnici, capi, capisquadra; viene snaturata l’essenza stessa dei Consigli di fabbrica, garantendo la presenza paritetica delle tre confederazioni, attraverso delegati anche se non scelti dai lavoratori. Inoltre l’esecutivo del Consiglio, prima facoltativo e con funzioni puramente tecniche, diventa l’elemento di saldatura con il sindacato esterno. Sono le strutture territoriali del sindacato (subito trasformate in cinghia di trasmissione del nazionale) ad avere poteri decisionali su tempi, modi e forme di lotta nelle vertenze interne. Significativa è anche l’introduzione del referendum e del voto segreto («su questioni che implichino grandi scelte di rilevanza collettiva e di particolare delicatezza»), in contrapposizione con l’assemblea dei lavoratori, vista sempre più come l’espressione di minoranze violente e prevaricatrici. L’effetto pratico sarà quello di far passare le proposte dei vertici sindacali, anche quando si manifesta un rifiuto di vasti settori dei lavoratori.

E’ accaduto, ad esempio, con la piattaforma dei ’10 punti’: i numerosi emendamenti presentati nelle assemblee sono stati vanificati. Altrettanto accade nelle discussioni sulla piattaforma ratificata a Montecatini (aprile 1982): le assemblee bocciano il fondo di solidarietà e l’istituzione dell’ottava categoria e per diversi giorni gli operai manifestano a Genova, Milano, Torino e Brescia. Eppure il fondo verrà ratificato d’ufficio, dopo aver annullato l’assemblea generale dei delegati prevista al Palalido per il febbraio ’81. La stessa situazione si ripete per le assemblee che a netta maggioranza bocciano l’Accordo Scotti e per molte situazioni specifiche, si pensi alle vicende dei Consigli della Montedison di Castellanza e di Porto Marghera, dell’Unidal o ancora la vicenda Alfa.

E’ di quegli anni l’idea di autoregolamentazione dello sciopero, motivata negli interventi sindacali come un atto di responsabilità contro gli ‘abusi’, fino ad arrivare alla proposta delle tre centrali sindacali di quest’anno 6.

Con il rinnovo contrattuale del ’79 le Confederazioni finiscono per sostituirsi, con un ulteriore accentramento dei poteri, alle federazioni di categoria, come è successo per l’Flm nel contratto dei metalmeccanici.

Ridotta l’importanza dell’espressione diretta dei lavoratori, ridimensionate le categorie, il sindacato si identifica con le segreterie nazionali e cerca legittimazione nella trattativa politica generale. La vertenza Fiat ne è un esempio. Nell’estate 1980 Agnelli annuncia 28.000 licenziamenti (trasformati poi in Cig per 23.000 lavoratori). La conduzione di questa vertenza si caratterizza per la distanza geografica e politica fra la sede della trattativa (Roma) e quella della lotta (Torino). La sua conclusione, con lo scavalcamento del Consiglio di Mirafiori prima, e delle assemblee che respingono l’accordo poi. I lavoratori rifiutano la mobilità esterna e non credono al rientro previsto nell’83. I loro nomi allungheranno le liste dei disoccupati di tutta l’area piemontese e la sconfitta provocherà lacerazioni personali drammatiche: «il manifesto» accerta che dall’ottobre ’80 all’aprile ’84 almeno 150 operai della Fiat auto spa, tutti in cassa integrazione, si sono tolti la vita.

La stessa manifestazione dei capi (incoraggiata dalla direzione Fiat), dopo 34 giorni di vertenza, e l’eccessivo peso attribuitole dai vertici sindacali – d’altra parte il ruolo dei capi era già stato enfatizzato nel convegno di Montesilvano – contribuirà ad una chiusura rapida della vertenza e in direzione opposta alle richieste della base operaia. I successivi contratti del 1983 infatti, vedranno premiate le categorie più alte e nel contratto Intersind-Asap verrà istituita l’ottava categoria.

Lo stato del tesseramento in questo periodo, per ammissione stessa di un dirigente sindacale, Rinaldo Scheda, subisce un calo molto forte: se si considera solo il settore dei lavoratori in attività, risulta una perdita di 93.094 iscritti e, mentre aumentano le adesioni tra insegnanti e bancari, diminuiscono le iscrizioni operaie: Torino meno 5000, Genova meno 4500, Milano meno 11000, Napoli meno 7000. («La Repubblica», 20.10.80).

 

Il costo del lavoro

Mentre l’attenzione del sindacato e di tutte le parti politiche e sociali è rivolta all’inflazione e all’occupazione, dalla lettura dei documenti del IV congresso della Federmeccanica (giugno ’81) si capisce come le forze imprenditoriali vadano dritte all’origine dei problemi dell’industria in Italia: «L’organizzazione del lavoro – scrive Mortillaro – non deve essere considerata un elemento negoziabile e pattizio delle relazioni industriali, nel senso che essa non può essere modificata per soddisfare una richiesta dei sindacati». Ma dall’aprile ’81 il tema centrale del dibattito politico nel sindacato è ormai il costo del lavoro sul quale si scontreranno varie proposte, fino a quella unitaria dei 9 punti. Il padronato gioca ormai ‘in casa’ e, dopo l’intervento diretto del governo – che nel maggio ’82 emana una legge che stabilisce un recupero parziale entro l’86 degli scatti di contingenza congelati per evitare il referendum sulle liquidazioni promosso da Dp -, rilancia: «il primo giugno 1982 la Confindustria disdice l’accordo del ’75 sulla scala mobile, subordinando i rinnovi contrattuali al raggiungimento di un accordo per la riduzione del costo del lavoro. La protesta è generale: manifestazioni spontanee avvengono in tutta Italia. Cgil, Cisl, Uil indicono uno sciopero di due ore per il 2 giugno, ma i lavoratori delle fabbriche richiedono lo sciopero generale che finalmente viene indetto per il 25 giugno. Intanto l’Intersind si accoda alla Confindustria: rompe le trattative che aveva iniziato con il sindacato e disdice anch’essa l’accordo sulla scala mobile. Sono gli ultimi atti preparatori dell’accordo del 22 gennaio 1983; in luglio la Confindustria pubblica sul «Sole 24 ore» le sue indicazioni su come sostituire i meccanismi di adeguamento del salario al costo della vita; rompe più volte nell’arco dell’anno le trattative per il rinnovo dei contratti, mentre il sindacato si trova a dover gestire da una parte una riforma ormai alle porte e alla quale non può sottrarsi e dall’altra il netto dissenso della maggioranza dei lavoratori, attivi non solo nella protesta ma anche nelle proposte alternative.

Il 2 e 3 dicembre a Torino si svolge l’assemblea generale dei lavoratori in cassa integrazione, dove viene proposta una marcia per il lavoro che il sindacato non realizzerà mai. Nel gennaio ’83 cominciano le trattative per l’accordo, mentre in tutta Italia si verificano manifestazioni spontanee. Il 7 gennaio viene caricata dalla polizia la manifestazione dei metalmeccanici a Palazzo Chigi, indetta dai Consigli di fabbrica romani; la reazione dei lavoratori è immediata e si traduce in blocchi stradali e scioperi spontanei, mentre Luciano Lama critica gli animi troppo esasperati.

 

L’Accordo Scotti

Il 18 gennaio 1983 le tre Confederazioni indicono uno sciopero generale dell’industria, ma il 22 gennaio firmano l’Accordo Scotti, con i contratti nazionali scaduti da più di un anno.

Con questa tappa il sindacato raggiunge uno dei punti più ‘alti’ della linea dello scambio politico, formulando insieme a governo e imprenditori quell’accordo-quadro entro cui dovrà inscriversi la contrattazione futura. Conseguentemente, il contratto collettivo di categoria perde valore e autonomia7. Il blocco della contrattazione articolata diventa nei fatti il misconoscimento dei Consigli e la fine del sindacato dei Consigli. Essendo Cgil, Cisl, Uil gli unici interlocutori riconosciuti da governo e padronato, anche i sindacati unitari di categoria come l’Flm non hanno più credito presso i poteri pubblici e privati. Ulteriore conferma di ciò è la legge-quadro sul pubblico impiego (n.93/1983) che prevede che accanto alle «organizzazioni nazionali di categoria maggiormente rappresentative per ogni singolo comparto» siedano costantemente le «Confederazioni maggiormente rappresentative su base nazionale» alle quali è rimessa la legittimazione esclusiva a trattare gli accordi sindacali intercompartimentali. I principi espressi nel preambolo dell’accordo del 22 gennaio diventano così la norma guida delle relazioni industriali 8.

 

I contratti successivi

I contratti collettivi firmati nell’83 contengono norme di regolazione delle conflittualità, che prevedono il ricorso a livello territoriale ed eventualmente nazionale per le cause non risolte in sede aziendale, evitando «il ricorso intempestivo ad azioni dirette, sotto qualsiasi forma poste in essere» (contratto Intersind-Asap); il contratto tessili-abbigliamento è ancora più esplicito: «Le controversie interpretative e collettive» sono anche qui delegate alle associazioni territoriali e nazionali e «durante lo svolgimento delle procedure previste al presente contratto non si darà corso ad azioni sindacali»; altrettanto vale per il contratto degli edili che, oltre a vietare il ricorso ad azioni dirette, sostiene che «in caso di mancato accordo, la controversia sarà deferita all’esame delle competenti organizzazioni territoriali dei datori di lavoro e dei lavoratori aderenti alle associazioni stipulanti il presente contratto», introducendo il concetto della tutela riservata ai soli iscritti.

Nella Conferenza di organizzazione di Chianciano, nell’aprile ’85, è la Cgil stessa a ridefinire l’istituto del contratto: la sua durata non deve più essere regola fissa, ma contrattata volta per volta, favorendo uno scaglionamento dei rinnovi per «evitare addensamenti». In questa sede la Cgil propone inoltre i contratti di formazione lavoro che definiscono livelli inferiori di retribuzione per i giovani (salari d’ingresso) e si tradurranno nella massima flessibilità della manodopera alle necessità dell’azienda.

Alla scadenza della verifica dell’Accordo Scotti, il decreto Craxi del 14 febbraio ’84 viene appoggiato da Cisl e Uil, mentre la Cgil si spacca tra la necessità di aderire alle scelte governative e quella di mantenere il rapporto con i consigli di fabbrica, che in questo periodo danno vita al coordinamento degli Autoconvocati che per mesi si oppone all’iniziativa governativa.

 

 

La spaccatura

In questa fase matura la rottura dell’unità sindacale tra Cgil, Cisl e Uil, che porterà alla definitiva cancellazione della sigla unitaria Flm, resa vana del resto negli accordi e nei fatti fin qui esaminati. Lo stesso atteggiamento dei vertici sindacali verso gli Autoconvocati – di prevaricazione e di netta opposizione 9. – palesa quali diverse e distanti preoccupazioni vi fossero rispetto alla base 10.

Evitate – abbiamo visto su quali piani – le questioni di fondo, poste con chiarezza dai lavoratori e dalla scelta dell’autoconvocazione, le stesse si ripresentano oggi con rinnovato vigore attraverso le lotte dei macchinisti e dei lavoratori di Fiumicino e in qualche misura nelle problematiche dei lavoratori della scuola, senza che il sindacato abbia maturato un’attenta riflessione degna di essere effettivamente rappresentativa delle istanze dei lavoratori. Al contrario, presenta un suo protocollo di autoregolamentazione dello sciopero dei servizi, in perfetta continuità con le scelte dell’Eur, e quindi con la necessità di svalutare le spinte della base, accresciuta oggi dall’effettiva disgregazione del tessuto sociale e di classe.

Coerentemente, i Consigli degli ‘anni novanta’, nella proposta Fiom, Fim, Uilm, si trasformano in strutture di organizzazione che sostituiscono al concetto di rappresentanza diretta per aree di lavoro il concetto di pluralismo delle organizzazioni e di rappresentanza di fiducia in base alla sigla di appartenenza. Tutti i futuri delegati potranno essere eletti solo se scelti tra i nomi presenti nelle schede preconfezionate fuori della fabbrica dalle tre organizzazioni sindacali e, pur di garantire la divisione delle cariche tra le tre organizzazioni, il sindacato è disposto a lasciare posti vacanti. Una parte del Consiglio, in una percentuale prefissata, sarà eletta da tutti i lavoratori e un’altra dai soli iscritti alle organizzazioni. Unica eccezione permessa è la possibilità di scegliere una sola presenza fuori dai ‘listoni’. Questa proposta non è che l’ulteriore conferma del ribaltamento del concetto di rappresentatività. E d’altra parte, il rischio che si profilava all’Alfa di una restrizione delle garanzie individuali piuttosto che dell’autonomia sindacale è ciò che si è venuto verificando attraverso la frantumazione del tessuto di classe. Da ciò sappiamo che anche nell’«individualismo esasperato» e nelle «spinte particolaristiche» il conflitto di classe è dato, altrimenti sopito o espresso attraverso i movimenti delle singole categorie. Ed è con questa verità che bisogna misurarsi, per tornare ad essere realmente rappresentativi, lavorando per una ricomposizione di queste realtà e ad un loro rinnovato organizzarsi.

 

Anna Maria Bruni

 

 

  1. I sacrifici che chiediamo agli operai, «La Repubblica», 24.1.1978.
  2. Ibidem
  3. «Un pronunciamento della Magistratura che declassa il sindacato da organizzazione di massa impegnata nella tutela degli interessi collettivi al rango di avvocato abilitato ad agire solo ed in quanto abbia ricevuto un mandato esplicito con tanto di firma in margine di un bel foglio di carta bollata». (id., «La Repubblica», 19.8.82).
  4. «C’è il rischio di snaturare dieci anni di negoziazione sindacale e di arrivare alla regolamentazione giuridica del sindacato.» (ibidem).
  5. Questi i motivi con i quali i magistrati hanno contestato l’accordo: non è stato sottoscritto dalla Fim-Cisl di Milano; c’è stata una violazione del precedente contratto del marzo ’81 sui gruppi di produzione, che doveva «esplicitamente tutelare il livello di occupazione»; parlare di assenteismo anomalo, in mancanza di una regolamentazione della materia è un non senso; è illogico scoprire la scarsa professionalità solo alla vigilia della cassa integrazione.
  6. Vedi Il diritto contestato, di Marco Pivetti e I diritti contrapposti, intervista ad Antonio Lettieri, sul n.1 del gennaio-febbraio 1988 di questa rivista («Il Passaggio» n.d.r.).
  7. Art. 13 (Contrattazione aziendale) Al fine di contribuire ad una rimozione delle cause di microconflittualità, le categorie potranno prevedere procedure aziendali di definizione di vertenze sull’applicazione dei contratti ed eventualmente di arbitrati collegati anche a pause di raffreddamento. La contrattazione a livello aziendale non potrà avere per oggetto materie già definite in altri livelli di contrattazione. Art 14 (Durata dei contratti) In considerazione dell’eccezionalità della situazione in atto, i contratti di categoria avranno durata non inferiore a tre anni e mezzo a partire dalla scadenza di quelli precedenti.
  8. Ottaviano del Turco, segretario aggiunto della Cgil, è piuttosto esplicito al riguardo: «Abbiamo vomitato un pezzo della nostra storia… via prima di tutto il tabù della scala mobile non si tocca, e poi quello del salario variabile indipendente, poi quello della contrattazione articolata, del sogno dell’egualitarismo, dell’ubriacatura della contestazione e della conflittualità permanente, dell’egemonia operaia dei Consigli dei delegati come forma alta di democrazia.» «La Repubblica», febbraio 1983
  9. 9.3.84, da una tavola rotonda tenuta da «La Repubblica» con i tre segretari confederali: per Giorgio Benvenuto i Cdf, fautori del movimento degli Autoconvocati, sono «incapaci di capire il rinnovamento teconologico del reparto. Così la nostra rappresentatività reale si è man mano ridotta, spostandoci sul terreno politico. Non solo, come dice Carniti, non rappresentano più tutto il sindacato, non rappresentano più nemmeno i lavoratori… sindacato dell’oggi, dunque, lo dico con franchezza, in un’economia moderna vuol dire sindacato che ha un rapporto istituzionale con il governo». Pierre Carniti, segretario generale della Cisl, invece afferma: «I Cdf non si sa a chi rispondano – continua – io nego il diritto dei Cdf di rappresentare l’intera fabbrica e dico chiaramente che questa è un’attività antisindacale, che destabilizza l’intero sindacato». Infine Luciano Lama: «I Cdf non sono più rappresentativi. Io ritengo che i Cdf non possano essere lasciati soli, acefali… Certo occorre dal loro una prospettiva che vada oltre la fabbrica, una linea politica, un progetto di riforme.»e ancora Lama: «Bisogna combattere il fenomeno delle autoconvocazioni che lasciano fuori le strutture tradizionali del sindacato». «L’Unità», 26. 2.1984
  10. «La nostra battaglia non è contro, ma per il sindacato (…) Certo è una battaglia che si svolge anche ‘dentro’ la struttura del sindacato; perché in taluni casi si è giunti al punto intollerabile di negare la possibilità di espressione dei lavoratori, per esempio durante le trattative sul costo del lavoro. Questo però non dà diritto a nessuno di pensare che noi ci poniamo fuori dal sindacato, anzi! Questa deve essere la dimostrazione che siamo dentro.» (dalla relazione dell’assemblea nazionale autoconvocata dai Consigli di fabbrica. Milano, Palalido, 6.3.84).

 

(Il Passaggio, luglio-agosto 1988)

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